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Robert Leroy Johnson

Il chitarrista che firmò un patto col diavolo

di Sonia T. Carobi 29 ottobre 2016

Ci sono morti che sembrano fatte apposta. Che sembrano scritte solo per assicurare un finale giusto a chi se l’è meritate. A chi le ha cercate. Disperatamente.
Non poteva essere diversamente trattandosi di “quei” cinque. Trattandosi delle loro, di vite. Estreme, folli, infinite. Come un soffio di vento.
Robert Johnson, Brian Jones, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix. Cinque destini incrociati da una beffarda J che qualcuno ha deciso dovesse essere scritta sulla loro patente. Quella per l’eternità. Partiamo da qui. Cominciamola così la nostra caccia ad una storia impossibile. Il nostro viaggio nel cuore nero del rock. Nei meandri di una favola che puzza di maledizione. La patente di cinque musicisti dannati. Cinque teste di cazzo che ora passano la vita a suonare in paradiso. O all’inferno. Cambia poco.
La loro storia è una leggenda scritta nelle pagine della grande musica, nei faldoni polverosi della mitologia anni ’70.

Brian fonda un “gruppetto”. I Rolling Stones. Mai sentiti? Jim si lascia i Doors alle spalle e si tira dietro centinaia di miglia di fan verso un viaggio mistico alla ricerca di chissà cosa. Janis (o meglio, le sue ceneri) se ne vola sull’Oceano Pacifico dopo che Leonard Choen le ha dedicato una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Chelsea Hotel #2. Jimi brucia la sua chitarra al Monterey Pop Festival (roba tipo 1967) nel momento esatto in cui centomila persone capiscono, contemporaneamente, che quella è la Fender Stratocaster di gesù cristo in persona. E poi c’è Bob. Un bluesman che prima firma un patto col diavolo, poi si fa ammazzare per una donna, dicono. Ma non è vero.
Insomma cinque giganti, accomunati dalla musica e da una maledizione. Sono morti tutti a 27 anni. In circostanze misteriose. Ovviamente.
Ma per capirla, la maledizione della J27, bisogna cominciare dall’inizio. Da un locale che puzza di rum sul Delta del Mississipi e da un uomo che avrebbe fatto di tutto pur di diventare il numero uno. Bisogna partire dal Three Forks, e da Robert Leroy Johnson. Perché c’è sempre un posto dove cominciano le maledizioni.

 

Robert Leroy Johnson

We’d all play for the Saturday night balls, and there’d be this little boy hanging around. That was Robert Johnson. He blew a harmonica then, and he was pretty good at that, but he wanted to play a guitar. He’d sit at our feet and play during the breaks and such another racket you’d never heard.

Così Son House (noto bluesman dell’epoca) ricorda il giovane Robert Johnson.

Le scarse informazioni e l’aura di mistero intorno alla vita del musicista hanno contribuito in larga misura ad alimentare il mito.
Dopo la tragica morte della moglie, Robert lasciò la piantagione e decide di diventare un bluesman professionista, visto che in quel periodo era, di fatto, un musicista itinerante. Per alleviare il dolore della perdita della famiglia, il ragazzo si butta completamente sulla musica, l’alcol e le donne.
La svolta arriva con l’incontro di un misterioso bluesman, Isaiah “Ike” Zimmerman, che gli fa da insegnante. La storia di Zimmerman è completamente avvolta nel mistero e, l’unica notizia nota è che pare avesse imparato a suonare in modo quasi soprannaturale grazie all’abitudine di allenarsi nei cimiteri durante la notte.
Insomma, un chitarrista nato da una relazione illegittima e sposato ad una sedicenne che muore di parto. Un presunto patto con il diavolo, descritto più o meno velatamente nei testi delle proprie canzoni (CrossroadsMe and the Devil Blues e Hellhound on my Trail su tutti) ed un insegnante che ha imparato a suonare di notte nei cimiteri di fronte alle tombe.  Che siano questi fatti ad aver contribuito allo nomea leggermente sinistra che si è fatto il buon Robert? Chissà. Quello che conta è che Robert il suo Patto col Diavolo lo pagò caro e amaro.

Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards, due bluesman che suonavano con Johnson al Three Forks, un locale a 15 miglia da Greenwood dove i tre si esibivano ogni sabato sera, testimoniarono che la notte del 13 agosto 1938, complici l’alcol e la musica, la relazione che il chitarrista aveva con la moglie del gestore del locale apparve fin troppo evidente. Quando gli venne portata una bottiglia da mezza pinta di whisky senza tappo, nonostante l’avvertimento degli amici di come fosse imprudente bere da una bottiglia aperta, lui la scolò d’un fiato. Di lì a poco cominciò a sentirsi male e dovette interrompere l’esibizione.
Il 16 agosto 1938, Robert Johnson morì dopo una lenta agonia a Greenwood, sul fiume Mississippi. Le cause reali della morte non furono mai accertate. Il certificato, depositato il 18 agosto all’ufficio di stato civile di Jackson, Mississippi, non riporta alcuna causa specifica del decesso e sottolinea come il ragazzo sarebbe morto anche per la mancanza di un’assistenza medica.
Riguardo alla tomba, poi, ci sono ben tre lapidi intorno a Greenwood che riportano il suo nome. Tanto per rendere tutto ancora più misterioso.
Quella più attendibile, si trova nel cimitero della Chiesa Missionaria Batista di Mount Zion a Morgan City, Mississippi, poco distante da Greenwood. Nel 1990, in sostituzione della vecchia lapide, la Columbia Records e dei privati del Mont Zion Memorial Fund, hanno fatto erigere un obelisco con incisi tutti e 29 i blues scritti da Robert Johnson.
Povero Bob. Non sanno neanche con certezza dov’è sepolto.
Fin qui la storia ‘ufficiale’. Ma c’è stato anche chi su Johnson ha scritto una verità incredibile. Un certo Antonio Scattero, per esempio. Ma questa è un’altra storia. E ne parleremo più avanti. Quello che conta è che certe vecchie storie non finiscono mai. Anche una certa Amy Winehouse, morta a 27 anni, aveva una J graffiata sulla patente. Quella di ‘Jade’. Il suo secondo nome.
Brividi sulla pelle. Soffia un’antica maledizione.
La maledizione della J27.

 

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